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    E' finito agli arresti domiciliari l'ex capo dei vigili urbani Angelo Giuliani con l'accusa di corruzione. Analogo provvedimento cautelare è stato disposto dal gip anche nei confronti di altre tre persone, tutte appartenenti alla società "Sicurezza e ambiente". Gli arresti sono stati disposti nell'ambito di un'inchiesta dei pm Ilaria Calò e Laura Condemi sull'affidamento di appalti per la sicurezza e pulizia stradale dopo incidenti.

    Secondo l'accusa Giuliani avrebbe favorito la "Sicurezza e Ambiente" in cambio di sponsorizzazioni economiche al circolo sportivo dei vigili, struttura che, secondo l'accusa, sarebbe stata gestita in prima persona da Giuliani. Gli arrestati dell'azienda sono il direttore generale della Sea, Angelo Cacciotti, il legale della societa', Giovanni Scogliamiglio, e il direttore, Iano Santoro. 

    UNA MAZZETTA DA 30MILA EURO -È di trentamila euro la somma che secondo la ricostruzione degli inquirenti l'ex comandate Angelo Giuliani avrebbe ricevuto per agevolare la società Sicurezza e Ambiente spa nell'aggiudicarsi il servizio di ripristino post incidenti stradali. È quanto si legge nell'ordinanza cautelare firmata dal gip Di Grazia. Tale somma è stata ricevuta nel marzo 2011 quale “finanziamenti sotto forma di sponsorizzazioni per il circolo della polizia municipale giustificati in modo fittizio mediante un contratto privo di data predisposto in funzione delle indagini in corso”. In particolare, secondo l'accusa, il servizio sarebbe stato affidato alla Sicurezza e Ambiente, “in violazione della disciplina in tema di contratti pubblici, dapprima in via sperimentale in assenza di gara e poi in via definitiva con procedura semplificata”. In particolare l'affidamento sperimentale avvenne “con determinazione dirigenziale nel maggio 2009 indirizzata ai dirigenti del gruppo pronto intervento traffico e alla centrale operativa avente ad oggetto l'affidamento alla società sicurezza e ambiente – si legge nelle 124 pagine del provvedimento cautelare - con cui disponeva che nell'ipotesi di incidente o di altro evento in conseguenza del quale si riscontrassero condizioni di pericolo per la circolazione dovesse essere immediatamente contatta la centrale della società Sa”. Nel febbraio 2010 poi “l'aggiudicazione definitiva in violazione dei contratti pubblici, non adottando il procedimento ad evidenza pubblica nonostante l'importo a base di gara, se correttamente calcolato, fosse superiore alla soglia di rilevanza comunitaria, così come rilevata dall'autorità per la vigilanza sui contratti pubblici nella deliberazione 64 del 27 giugno 2012”.

    IL CONCORSO VIGILI - Giuliani è accusato dai pm anche di di falso ideologico in atto pubblico. La circostanza è legata alla sua candidatura a presidente della commissione giudicante che avrebbe dovuto vagliare la posizione di migliaia di aspiranti vigili urbani nel concorso pubblico del 2012. Secondo chi indaga, Giuliani, che aveva già lasciato l'incarico di comandante, non avrebbe potuto presiedere quella commissione. Eppure sarebbero stati commessi dei falsi documentali per consentirgli di farlo.

    INDAGATO MEOCCI - In particolare, si legge nel capo d'imputazione, si contesta la corruzione perchè "Meocci, quale consigliere della Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici (Avcp) per compiere atti contrari ai doveri di ufficio, riceveva denaro e altre utilità dalla società Sicurezza e Ambiente spa e per essa da Cacciotti, consigliere del Cda e amministratore di fatto, Scognamiglio, amministratore delegato Cda, Bort presidente del Cda della Sa". In particolare, nel febbraio 2013, Meocci avrebbe reso parere favorevole alla Sa, "ricevendo, a titolo di utilità, l'assunzione di" una "persona del Meocci espressamente segnalata, per un rapporto di collaborazione lavorativa presso una società facente capo alla Sa". "Alfredo Meocci ad oggi, non ha ricevuto alcuna comunicazione dagli organi inquirenti". Lo sottolinea in una nota il presidente dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, Sergio Santoro, commentando la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati dell'ex irettore generale della Rai.

    CLEMENTE: "NOTIZIA TRISTE MA LEGALITA' VITALE" - "L`arresto dell`ex Comandante Generale della Polizia Locale è una notizia triste, che ricorda a tutta la città quanto il tema della legalità sia vitale per la salute e la sopravvivenza delle istituzioni. Di tutte le istituzioni. Alla luce della doverosa presunzione d'innocenza, in attesa di conoscere gli sviluppi della vicenda, e serbando profonda fiducia nel lavoro dell`autorità giudiziaria, la Polizia Locale è pronta a garantire la massima collaborazione nell`accertamento della responsabilità". Così in una nota il comandante generale della Polizia Locale di Roma Capitale, Raffaele Clemente. "Nessuna caccia alle streghe sarà consentita all`interno o all`esterno del corpo - avverte Clemente - ma nessun ritardo sarà frapposto all`applicazione delle leggi e dei regolamenti che presiedono all`etica dei comportamenti. Nello stesso solco, la Polizia locale intende innalzare il livello di attenzione, rafforzando ulteriormente il proprio impegno per il controllo e la trasparenza nella gestione di tutte le attività". "Sono infatti già stati avviati i passi necessari perché la normativa anticorruzione venga rapidamente applicata con rigore, al fine di regolamentare la rotazione degli incarichi di maggiore sensibilità. Sono sicuro di una risposta generosa e corale a presidio dell`idea di legalità", conclude Clemente.


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    Al via a Roma in Cassazione il processo per il delitto di via Poma. A 24 anni dall'omicidio di Simonetta Cesaroni, torna in aula forse per l'ultima volta l'ex fidanzato Raniero Busco. Il processo a suo carico e' iniziato il 3 febbraio del 2010, vent'anni dopo la morte di Simonetta uccisa con 29 coltellate il 7 agosto 1990 negli uffici regionali Aiag, appunto in via Poma. In primo grado la Corte d'assise, il 26 gennaio 2011, condanno' Busco a 24 anni. Giudizio poi ribaltato il 24 aprile 2012, quando la Corte d'assise d'appello assolse l'ex fidanzato della Cesaroni con formula piena. Ora la vicenda approda in Cassazione. I giudici della I sezione penale, presieduti da Umberto Giordano, sono chiamati a decidere se confermare l'assoluzione.

    La procura generale, infatti, ha impugnato la sentenza di secondo grado contestando gli esiti della perizia, ritenuta piena di contraddizioni, disposta dai giudici e decisiva in quel giudizio. In particolare le contestazioni riguardano quel segno sul seno sinistro di Simonetta che, secondo gli esperti, sarebbe un morso. La dentatura di Busco, secondo quella perizia, infatti, sarebbe compatibile con quel segno lasciato dall'assassino. Secondo invece gli esperti dalla Corte d'assise d'appello quel segno non sarebbe un morso.

    Oggi Raniero Busco non dovrebbe essere presente in aula. In accordo con i suoi avvocati, infatti, dovrebbe attendere il verdetto a casa insieme alla moglie Roberta e ai due figli.


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    E' in discussione oggi al Consiglio regionale, ed è stata già approvata all'unanimità in commissione Cultura. Il piano contro la violenza sulle donne scritto nella proposta di Legge 33 si regge su uno stanziamento iniziale di un milione di euro, quattro volte quello di 250.000 euro previsto dal passato bilancio.

    CASE DI RIFUGIO E LAVORO - Fondi che non sono stati pensati per l'approccio securitario ma a potenziare il supporto alle vittime: dai centri antiviolenza, alle case rifugio, introducendo anche nuove forme di intervento come le case di semi autonomia e i percorsi di reinserimento sociale e lavorativo. “Il testo tiene dentro tutte le richieste e i suggerimenti delle realtà ed istanze già presenti sul territorio” ha detto la consigliera regionale Marta Bonafoni (Per il Lazio). L’obiettivo è di coordinare e integrare le politiche sociosanitarie con le politiche culturali e familiari, con un occhio di riguardo all’educazione, alla formazione, al lavoro, alla casa e alla tutela della sicurezza.

    EDUCAZIONE DI GENERE - Della cabina di regia fanno parte le istituzioni, gli enti pubblici e privati, le reti locali nonché le associazioni operanti nel settore, che avranno il compito di formulare proposte e coordinare gli interventi per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e il sostegno delle vittime e dei loro figli. “Abbiamo inserito tra gli articoli della legge quello specifico sulla 'violenza assistita', che colpisce i figli delle coppie in cui il padre esercita violenza sulla madre all'interno della famiglia - spiega Bonafoni - le scuole della nostra Regione saranno parte attiva e snodi insostituibili per le campagne di educazione di genere”.


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    Prima che possa (de)cadere sotto i colpi degli emendamenti di MoVimento 5 stelle e lega Nord, il decreto sugli Enti locali, che contiene le norme del Salva-Roma, è stato rirtirato. È questo il primo atto del Governo Renzi, che così “prende atto dell'ostruzionismo” delle opposizioni. La notizia tocca darla al neo ministro per i Rapporti con il Parlamento, Mari Elena Boschi. Il provvedimento viene così cancellato dalla discussione dell'aula di Montecitorio, a 48 dal termine per la sua approvazione. E manda in subbuglio il Campidoglio, che faceva affidamento su quei 485 milioni di euro (320 per il 2013 e 165 per il 2014) e che avrebbero permesso di scaricare sulla gestione commissariale del debito una parte del deficit del bilancio dello scorso anno e del previsionale di questi 12 mesi.

    Una decisione che arriva dopo la conferenza dei capigruppo, iniziata in ritardo, e dopo che l'emiciclo di Montecitorio aveva votato 'sì' allo stop sulla discussione della norma. Il decreto però contiene delle misure economiche a sostegno del Comune guidato da Ignazio Marino e che potrebbe vedersi sfilare lo scranno più alto di palazzo Senatorio a causa del commissariamento, che sarebbe una naturale conseguenza al mancato via libera al dl che mette un po' di ordine i conti del Campidoglio. Per questo, per salvare il salvabile, si è optato per una pausa forzata. Anche perché ieri il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, aveva già ribadito che non c'è, da parte del nuovo esecutivo, la volontà di mettere la fiducia su un provvedimento che è un'eredità dell'èra Letta a palazzo Chigi. Così il Salva-Roma, almeno per come era stato conosciuto e studiato, è all'ultimo atto.

    È stato proprio il Pd a chiedere il taglio della discussione generale sul provvedimento: “Lo facciamo perché abbiamo a cuore le esigenze della gente”, spiega il deputato dem Ettore Rosato. Così però salta la messa in sicurezza delle casse capitoline. E allora che fare? “Subito un'altra norma”, assicura Graziano Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e braccio destro del neo premier Matteo Renzi. Come aveva anticipato ieri la Boschi al relatore del dl, Fabio Melilli. Scartando subito l'ipotesi di una 'ghigliottina', in stile decreto Imu-Bankitalia, che la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha promesso di non usare mai più.

    Gongola invece Forza Italia, con il capogruppo Renato Brunetta che non le manda a dire al sindaco della Capitale: "A noi questo Salva-Roma fa leggermente schifo e se Marino desse le dimissioni per bancarotta, a noi non dispiacerebbe più di tanto”. Il rischio era stato ventilato già ieri, quando si era capito che gli emendamenti erano troppi per chiudere in tempo la votazione. E, tra i banchi di Montecitorio, serpeggia quella che oramai sta diventando una certezza per qualcuno: “Non è che vogliono far saltare Marino?”. Perché è vero che le proposte di modifica sono dell'opposizione, ma il taglio sulla discussione l'ha chiesto proprio il partito del sindaco: il Pd.


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    Chiudere il Cie di Ponte Galeria. E' quanto chiesto nella mozione, presentata dal consigliere Gianluca Peciola di Sel, approvata ieri in aula Giulio Cesare. Una struttura con "costi esosi e inutilità strutturale nell’economia dei processi migratori", ritenuta "soprattutto un luogo sospensivo dei diritti fondamentali, considerando l’inadeguatezza dello stesso edificio che lo ospita".

    MONITORAGGIO E TRASPARENZA -  Il primo passo sarà l'avvio di "interventi di monitoraggio e trasparenza continui e assidui, affinché vengano garantite per i cittadini migranti trattenuti, condizioni di dignità, di rispetto del diritto alla difesa, di condizioni di salute decenti e di impiego di risorse atte ad evitare ulteriori motivi di sofferenza ai cittadini". La mozione, approvata all'unanimità in assemblea capitolina, impegna il sindaco e la giunta "a esprimere formalmente al Governo nella sua interezza, al Ministro dell’Interno, ai Ministri competenti, il proprio giudizio fortemente critico nei confronti della struttura ospitata all’interno del territorio", chiedendone appunto "la chiusura e l’elaborazione di altre forme di accoglienza di carattere non reclusivo".

    "CANCELLARE LA BOSSI-FINI" - Proprio ieri un giovane rifugiato aveva tentato il suicidio e nei mesi scorsi diversi migranti avevano dato a vita a una forte protesta, cucendosi le labbra e rinunciando a cibo e acqua. "Con l’attività di monitoraggio e controllo al’interno del Cie di Ponte Galeria - ha detto Peciola - potranno essere rese note tutte le vicende che riguardano la vita nel centro, ed in particolari le ragioni delle recenti situazioni di tensione che mettono a rischio l’incolumità dei cittadini migranti reclusi". Aggiunge il consigliere di Sel: "I Cie sono strutture create all’interno di una legislazione emergenziale in tema di immigrazione e dentro una campagna xenofoba. Il nostro territorio non può più ospitare strutture che privano delle libertà fondamentali i migranti. Il Governo deve avviare una nuova politica di accoglienza e di integrazione con la cancellazione della legge Bossi-Fini e con la chiusura di tutti i Cie", conclude Peciola.


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    Oltre cento uomini delle forze dell'ordine per una sola operazione anti contraffazione al Pigneto. Il contingente - composto da ottanta Finanzieri, affiancati dalle unità cinofile del Gruppo Fiumicino, venti Carabinieri e venti Agenti di Polizia - hanno eseguito, con il supporto di un elicottero del R.O.A.N. di Civitavecchia della Guardia di Finanza, numerosi decreti di perquisizione, emessi dalla locale Procura della Repubblica, in appartamenti e locali situati nel triangolo fra via l’Aquila, via Casilina e la omonima Circonvallazione. In base alle indagini condotte dalle Fiamme Gialle del I Gruppo Roma, gli immobili verrebbero adoperati dai venditori di merce contraffatta come depositi e centri di smistamento. 

    L’intervento - condiviso con la Prefettura di Roma - ha sinora permesso di sottoporre a sequestro migliaia di articoli taroccati e denunciare i responsabili della parte logistica e commerciale della filiera che, grazie ad una perfetta organizzazione funzionale, erano in grado, in pochi minuti, di trasformare le cantine e le stanze adibite allo stoccaggio delle merci in veri e propri bazar del falso. Gli elementi acquisiti verranno, ora, sviluppati dal I Gruppo Roma per individuare le fonti di produzione ed approvvigionamento degli articoli contraffatti. Dall’inizio dell’anno sono già oltre 160 gli interventi condotti dalle Fiamme Gialle capitoline che, complessivamente, hanno permesso di sequestrare oltre tre milioni di articoli, contraffatti e/o pericolosi, e denunciare 70 persone. Nel blitz è stata rinvenuta anche della droga. 

    L'operazione arriva dopo quarantotto ore dalla firma del Protocollo per il contrasto alla commercializzazione di prodotti contraffatti e pericolosi e per la tutela della concorrenza, sottoscritto il 24 febbraio, presso la Prefettura di Roma, tra le varie Istituzioni interessate al contrasto del fenomeno.


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    Dal Campidoglio a palazzo Chigi. Pochi metri, ma percorsi in tutta fretta, per una riunione tra il sindaco Ignazio Marino e gli esponenti del governo Renzi per cercare una via d'uscita al default economico della Capitale. Perché se prima la corsa contro il tempo era per approvare il decreto Enti locali entro la scadenza del 28 febbraio, portando a casa il Salva-Roma (il provvedimento che sposta sulla gestione commissariale del debito 465 milioni di euro di deficit per il 2013 e l'anno in corso), adesso bisogna capire cosa fare dopo il ritiro del provvedimento che a fatica era arrivato ieri sera alla Camera dei deputati. Tornano così in bilico i bilanci del Campidoglio, dopo la cancellazione delle norme indifferibili del Salva-Roma da parte del Governo. Il primo cittadino così è costretto a rivedere i suoi piani: niente giunta, ma un vertice con gli emissari del premier. Per capire come recuperare la norma che permetteva di mettere in sicurezza le casse comunali.

    Come già ipotizzato ieri dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, la soluzione dovrebbe essere un nuovo decreto del governo, da varare entro venerdì. Almeno per garantire quelle risorse che assicurano il bilancio previsionale dello scorso anno. Per il futuro tutto è in bilico, nulla è ancora deciso: si riapriranno infatti i tavoli di confronto tra Campidoglio e palazzo Chigi, per arrivare a un nuovo iter parlamentare sulle norme relative ai fondi e alle funzioni della Capitale. In questo momento, al di là dello spettro del crac finanziario e del conseguente commissariamento per Marino, l'unica certezza è quella di un allungamento dei tempi per l'approvazione della manovra economica del Comune.

    Un aspetto che non preoccupa più di tanto il presidente dell'assemblea capitolina, Mirko Coratti, convinto che in qualche modo si arriverà a una soluzione per salvare Roma. Di sicuro quindi, dopo la proroga ad aprile per chiudere il previsionale 2014, i tempi slitteranno ancora arrivando così a giugno. Un'ipotesi che preoccupa, e non poco, i minisindaci: costretti ad operare in perenne emergenza, senza risorse, hanno davanti altri 4 mesi da gestire per dodicesimi. Tradotto: potranno governare e spendere facendo riferimento alla voce uscite del bilancio 2013. Salta così anche la promessa di Marino, che aveva garantito programmazione per rilanciare la città. “Amministrare in questo modo - spiega il primo cittadino – in sostanza significa non fare uscire più di un dodicesimo di quanto speso l'anno prima. E ciò comporta naturalmente tagli ai servizi e blocco degli investimenti”.

    Unanime il coro dei democratici che chiedono un intervento certo al governo e attaccano il M5s, autore di circa 300 emendamenti; dimenticando però le dichiarazioni di guerra della Lega nord. Adesso però bisogna cercare le coperture, perché, come si usa dire in questi casi, 'la coperta è corta'. A risolvere il tutto potrebbe arrivare il primo decreto firmato dal governo Renzi, che ha ritirato il dl Enti locali proprio per non essere costretto a ricorre alla fiducia su un provvedimento varato dal precedente esecutivo guidato da Enrico Letta.


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    Dal carcere di Rebibbia alla Biennale di Venezia, grazie all'arte. La “rivincita” delle detenute si chiama “Teatrash”, parte del progetto “Bambini dentro e fuori” realizzato con il corso di decorazione pittorica che da anni tiene a Rebibbia il liceo artistico Enzo Rossi, un'eccellenza scolastica nel panorama capitolino. Il teatro delle marionette, costruito con l’utilizzo esclusivo di materiale di riciclo, è stato infatti selezionato per la quinta edizione del Carnevale internazionale dei ragazzi organizzato dalla Biennale di Venezia inaugurata il 22 febbraio scorso e che proseguirà fino al 4 marzo.

    L'idea apprezzata a Venezia è venuta alle allieve della classe 5R, sezione di decorazione pittorica, della sede staccata del Liceo presso la Casa Circondariale Femminile di Rebibbia ed è stata realizzata in collaborazione con le classi 4C, 5B e 5A della sede centrale. Il progetto invece è stato coordinato dal dirigente scolastico prof. Mariagrazia Dardanelli e seguito dai docenti Alessandro Reale, Antonio Celli e Paolo Radi.

    LA LIBERTA' NEGATA AI FIGLI - Il “Teatrash” ha saputo stimolare creatività e suscitare curiosità, creando un punto di contatto tra l'arte e le azioni della vita quotidiana. I colori grigi e scuri e la struttura del teatrino (sbarre e serrature) richiamano in maniera diretta e inequivocabile la reclusione carceraria. La musica (la colonna sonora è di Manuel Valtorta), che guida il movimento delle marionette, è realizzata con suoni e rumori: dalle voci di bambini e mamme ai suoni di chiavistelli che aprono e chiudono le celle. Perché tra gli obbiettivi, come ha ricordato la preside Mariagrazia Dardanelli, c'era soprattutto quello di raccontare un sistema che condiziona in negativo la crescita dei bambini, gli stessi che dopo i tre anni vengono strappati alle madri subendo un doppio trauma. Nella sezione femminile della Casa Circondariale di Rebibbia, insieme alle 400 donne detenute, ci sono 15 bambini che non hanno ancora conosciuto la libertà. E "Terapia" e "mensa" sono le parole che imparano per prime. 

    LE IMPRENDITRICI DI DOMANI - “È una magnifica novità – ha dichiarato il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni - che premia gli sforzi di queste donne, dei loro docenti e, in definitiva, di quanti credono che lo studio e l'arricchimento culturale siano fattori decisivi per diffondere in carcere la cultura della legalità e per consentire un nuovo inizio a tante persone, nello spirito di quanto previsto dall'articolo 27 della Costituzione.I laboratori di arte del tessuto, di ceramica, di discipline plastiche di decorazione pittorica e mosaico organizzati a Rebibbia femminile mirano, inoltre, a fornire risorse spendibili come forma di reinserimento sociale".

    Intanto l'Istituto ha deciso di continuare a farsi carico della formazione, aggiungendo ai diritti fondamentali delle detenute quello allo studio, con la consapevolezza che l'arte possa essere utile anche in vista del reinserimento sociale. In quest'ottica è stato sottoscritto un protocollo di intesa con l’Unione degli industriali e delle imprese del Lazio, che permetterà all'Istituto di realizzare per le allieve di Rebibbia seminari dedicati ad argomenti come l’autoimprenditorialità e la creazione d’impresa, “nella speranza di veder nascere nuove realtà lavorative, formata da ex detenute, nella forma e nel ruolo di lavoratrice, imprenditrice e manager” fanno sapere i docenti.


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    Default, crac, dissesto: parole che echeggiano nei tg e compaiono da tempo sulle pagine dei giornali. Se ne torna a parlare soprattutto in queste ultime ore, dopo il ritiro del governo Renzi al decreto Enti locali, che contiene le norme indifferibili del Salva-Roma, che spostano sulla gestione commissariale del debito una parte del deficit dei bilanci previsionali 2013 e 2014. Dopo questa mossa si studiano le vie d'uscita, con il sindaco Marino che è corso a palazzo Chigi per trovare una soluzione. E per evitare il commissariamento del Campidoglio, con relativa perdita della sua poltrona. Ma che succede quando un ente fallisce? Quali sono le conseguenze per la città? In primis gli effetti sono a catena e, in un certo senso, paralizzano la vita stessa dell’amministrazione, ovviamente in ambito economico-finanziario e sociale.

    Dal punto finanziario. Il Comune che va in dissesto non può contrarre mutui. L’ente locale non può impegnare per ciascun intervento somme complessivamente superiori a quelle definitivamente previste nell’ultimo bilancio approvato, comunque nei limiti delle entrate accertate. I relativi pagamenti in conto competenza non possono mensilmente superare un dodicesimo delle rispettive somme impegnabili, con esclusione delle spese non suscettibili di pagamento frazionato in dodicesimi. Per le imposte e le tasse locali, diverse dalla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, le aliquote e le tariffe di base vengono innalzate nella misura massima consentita: la delibera non è revocabile ed ha efficacia per cinque anni. Per la tassa smaltimento rifiuti solidi urbani, gli enti che hanno dichiarato il dissesto devono applicare misure tariffarie che assicurino complessivamente la copertura integrale dei costi di gestione del servizio e, per i servizi produttivi ed i canoni patrimoniali, devono applicare le tariffe nella misura massima consentita dalle disposizioni vigenti.

    Capitolo sociale. Con il dissesto si hanno inevitabilmente risvolti economici e politici, ma purtroppo anche sociali, con il ridimensionamento della spesa per i costi del lavoro ed il collocamento in disponibilità del personale eccedente. L’ente locale dissestato è, infatti, obbligato a rideterminare la dotazione organica, dichiarando eccedente il personale comunque in servizio rispetto ai rapporti medi dipendenti-popolazione (definiti in base al decreto emanato con cadenza triennale dal Ministero dell’Interno), fermo restando l’obbligo di accertare le compatibilità di bilancio. I dipendenti dichiarati in eccedenza sono collocati in disponibilità. Pessime notizie anche per i precari. La spesa per il personale a tempo determinato deve essere ridotta a non oltre il 50% della spesa media sostenuta a tale titolo per l’ultimo triennio antecedente l’anno cui l’ipotesi si riferisce.


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    Quest'anno, il 22 marzo, sarà la città di Latina ad ospitare l'ormai XIX Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie. L'ha deciso Libera, che ha promosso l'iniziativa insieme ad Avviso pubblico, per sottolineare "l'urgenza di un impegno in quei territori, perché Latina, oltre a possedere straordinarie risorse ambientali, è anche una terra segnata da una presenza sempre più grave e diffusa delle mafie, in particolare camorra e 'ndrangheta".

    Basti pensare, ad esempio, "ai traffici illegali di rifiuti intorno alla discarica di Borgo Montello, all'abusivismo edilizio che aggredisce il parco nazionale del Circeo o al caporalato nelle campagne". La scelta è ricaduta su Latina anche in memoria di don Cesare Boschin, ucciso il 30 marzo del 1995. "Radici di memoria, frutti d'impegno" sarà lo slogan che accompagnerà la Giornata (che in tutta Italia e' organizzata il 21 marzo), durante la quale si incontreranno circa 600 parenti delle vittime delle mafie in rappresentanza di un coordinamento di oltre 5000 familiari.

    L'evento nella città pontina è promosso anche in collaborazione con Rai segretariato sociale e rapporti con il pubblico, con il patrocinio del Comune di Latina, la Regione Lazio, Roma Capitale e sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. La manifestazione prenderà il via sabato 22 marzo alle ore 10 da via Isonzo, per concludersi in Piazza del Popolo.

    Qui sarà allestito un palco a pedali della band dei Tetes de Bois, alimentato da 128 dinamo, collegate ad altrettante biciclette, dal quale saranno letti gli oltre 900 nomi di vittime delle mafie. Sono previsti inoltre, nel pomeriggio: quindici seminari tematici, reading letterari, spettacoli teatrali, laboratori e proiezioni di documentari.

    Roma sarà protagonista, invece, il 21 marzo, con una veglia di preghiera e di riflessione sulle vittime delle mafie ed infine, lo stesso giorno, sempre dalla Capitale partirà la 'TransumanzaLatina', appuntamento spontaneo e aperto a tutti che vuole coinvolgere gli attivisti della bicicletta che vogliono raggiungere Latina sulle due ruote. A Latina si potrà arrivare da Roma coprendo tutto il percorso in bici, cento chilometri che vogliono richiamare i cento passi di Peppino Impastato, oppure si potrà arrivare direttamente la mattina del 22 nella città pontina e percorrere gli ultimi dieci chilometri della transumanza raggiungendo il corteo di Libera in bicicletta.

    Questa giornata "ci da' l'opportunità per far conoscere le cose positive che ci sono nella Provincia di Latina - ha commentato il sindaco del capoluogo Pontino Giovanni Di Giorgi - ma anche per tenere viva la memoria. Nonostante le difficoltà di bilancio, iniziative come questa fanno bene e vanno sostenute, come stanno facendo Regione e Comune, perché da una parte insegnano la cultura della legalità e, dall'altra, lasciano un segno".


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    Continua la protesta dei dipendenti di Roma metropolitane, la municipalizzata del Comune. La Filt Cgil ha proclamato alte 4 ore di sciopero per domani a partire dalle 10."I dipendenti di Roma Metropolitane – scrive in una nota il sindacato – continuano a rivendicare chiarezza sul proprio futuro ed un piano moderno ed efficace per la mobilità cittadina. Le principali capitali europee e le maggiori città italiane puntano sul potenziamento della rete metropolitana. Invece a Roma, a causa della generale inerzia dell’amministrazione e della particolare azione inefficace e manifestamente avversa dell’assessore alla Mobilità, assistiamo ad una totale mancanza di politiche di sviluppo del trasporto su ferro, in una città che presenta infrastrutture insufficienti, obsolete e per molti aspetti non adeguate alla normativa vigente”

    Il sindacato stigmatizza l’attacco sistematico verso i lavoratori “che si concretizza non solo con il mancato riconoscimento della professionalità finora messa in campo, ma anche con tagli dei corrispettivi, blocco dei pagamenti dovuti, mancato affidamento delle nuove urgenti attività, mettendo a serio rischio il pagamento dei nostri stipendi”.


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    Raniero Busco resta innocente. La prima sezione penale della Cassazione presieduta da Umberto Giordano dopo circa tre ore di camera di consiglio respinge l’appello presentato dalla Procura generale di Roma e dalla mamma di Simonetta Cesaroni, Anna di Giambattista. Si chiude così il calvario giudiziario dell’ex fidanzato della ragazza uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990 in via Poma. Sono passati 24 anni dalla sua morte e il delitto che ha sconvolto Roma resta senza colpevoli. Oggi la suprema corte è stata chiamata a decidere se annullare la sentenza che aveva assolto Busco il 27 aprile 2012, ribaltando la condanna a 24 anni decisa nel processo di primo grado.

    LE REAZIONI - Assenti in aula Busco e la moglie Roberta Milletarì che invece in passato hanno sempre presenziato alle udienze. Hanno atteso il verdetto a casa insieme ai due figli. "Sono felicissima grazie a tutti siete stati meravigliosi. E' finita. Finalmente ci siamo liberati da un incubo è tutto definitvamente finito. La vicenda è stata finalmente seppellita". Cosi l'avvocato Paolo Loria, legale di Raniero Busco, al telefono con la Milletarì riferendo anche il pensiero del marito dopo la decisione della Cassazione. "Sono estremamente soddisfatto", ha commentato l'avvocato Franco Coppi l'altro legale di Busco. "Del resto - ha aggiunto il penalista - non poteva che essere cosi': la sentenza d'appello era perfettamente motivata. Ora spero - ha concluso - che prendano il colpevole di questa barbara uccisione di una giovane ragazza. Come cittadino esprimo fiducia nella giustizia". Accanto a loro erano rimasti anche i seguaci della pagina facebook “Busco - Giustizia italiana... Io tifo Raniero perché questa è un'ingiustizia” che si sono stretti alla famiglia Busco augurando a Raniero che questa “sia la fine definitiva di un incubo”. Delusa la famiglia Cesaroni.  "Resta un delitto senza colpevole - dice l'avvocato Federica Mondani, legale di Paola Cesaroni, sorella di Simonetta - Restiamo convinti che c'erano elementi importanti a carico di Busco. Aspettiamo la sentenza e poi vedremo".

    Il processo a carico di Busco iniziò vent'anni dopo i fatti: il 3 febbraio del 2010. La procura generale aveva impugnato la sentenza di secondo grado contestando gli esiti della perizia, ritenuta piena di contraddizioni, disposta dai giudici e decisiva in quel giudizio. Il nodo principale è sulla cosiddetta prova del morso: quel segno sul seno sinistro di Simonetta che secondo gli esperti sarebbe un morso. La dentatura di Busco, secondo quella perizia, sarebbe compatibile con quel segno lasciato dall'assassino. Secondo invece gli esperti dalla Corte d'Assise d'Appello quel segno invece potrebbe non essere un morso.

    IL MORSO - Il procuratore generale Francesco Salzano al termine della sua requisitoria davanti ai giudici della I sezione penale della Suprema Corte ha chiesto di annullare con rinvio l'assoluzione di Busco. Secondo il pg “non sono condivisibili gli esiti della maxiperizia del professor Corrado Cipolla D'Abruzzo che aveva escluso la presenza di un morso attribuibile a Busco sul seno della vittima”. Salzano sottolinea  che “il perito non era esperto in materia e ha omesso di esaminare il calco dentale ed escluso l'ipotesi del morso". E quindi, per l'accusa, la sentenza di appello "non ha fatto corretta elaborazione" delle prove.

    L'ALIBI DI BUSCO - Altro argomento di Salzano è l’alibi dell'ex fidanzato di Simonetta, ritenuto "non convincente”. "Ricordo che nella fase iniziale delle indagini - ha detto il pg - a Busco non fu chiesto un alibi. Ritengo più convincente, sotto questo aspetto, la sentenza di primo grado", ossia quella con cui Busco fu condannato a 24 anni di reclusione. La sentenza di secondo grado, sostiene il pg, "fa una brusca virata" dopo la perizia: "Io mi chiedo - ha aggiunto - se una nuova consulenza non avrebbe chiarito il punto delle lesioni da morso, oltre che quello sulle tracce trovate sugli indumenti". Il magistrato, infine, ha rilevato che "tutti avevano detto che il tampone, prelevato negli anni Novanta, anche con errori, era totalmente inaffidabile": una nuova perizia avrebbe potuto chiarire se, da esso, "non fosse possibile estrarre tracce di altri soggetti maschili".

    Il magistrato fa poi notare che nel tempo "si svaluta il movente dello stato di tensione del rapporto" con la vittima ed è pertanto necessaria una "rinnovazione dibattimentale" che faccia luce e "ci rassereni rispetto a tutti gli aspetti di criticità". La maxi-perizia sul presunto morso al seno della vittima "non ha risposto al quesito fondamentale dell'attribuibilità della traccia della dentatura a Busco". In definitiva il pg ha chiesto un nuovo appello per risolvere "i dubbi sul morso al seno di Simonetta", per verificare se sugli indumenti della vittima ci fossero altre tracce di altri soggetti maschili e se il tampone inumidito possa denunciare tracce di altri soggetti maschili. Per il pg infatti erroneamente i giudici dell'appello hanno ritenuto che "Simonetta non si sia cambiata gli indumenti intimi il giorno del delitto, così come attestato dalle serene dichiarazioni di sua madre, e che le tracce di Dna di Brusco trovate sul reggiseno e sul corpetto possano risalire ai giorni precedenti il delitto". Pertanto per Salzano sarebbe stato necessario che un nuovo collegio di esperti rivalutasse le foto dell'escoriazione sul seno della Cesaroni e la loro compatibilità con il calco dentale di Busco.

    LA DIFESA - Di tutt'altro parere l'avvocato di Raniero Busco Franco Coppi, secondo cui "quel morso non è attribuibile a Busco. La sentenza di secondo grado - dice il legale nell'arringa - è esemplare, in equilibrio tra sapere scientifico e giuridico. Rimette in discussione il motto per il quale il giudice è peritus peritorum". Il penalista ha poi rilevato come "non vi è alcuna certezza che la lesione sul seno della vittima sia un morso e non vi è alcuna possibilità di attribuirlo a Busco". Inoltre, in merito alle tracce di Dna trovate sul reggiseno di Simonetta Cesaroni, Coppi sostiene che "vennero rilasciate il 4 agosto, tre giorni prima del delitto. E ne è prova inequivocabile il fatto che il Dna è anche sul corpetto: un morso non può superare corpetto e reggiseno e produrre una tale lesione sul seno".

    Coppi si è detto poi convinto fin dal primo momento dell'innocenza di Busco, "ritengo che abbia subito una grande ingiustizia con la condanna nel processo di primo grado". Il penalista ha poi ricordato che "sul luogo del delitto vi sono altre tracce di sangue, non attribuibili né a Busco né alla vittima, ma ad un'altra persona, se non addirittura ad altre due". Quanto al movente, di cui avevano parlato i giudici di primo grado che avevano ritenuto l'ex fidanzato della Cesaroni responsabile del delitto, "è stato del tutto inventato - ha concluso Coppi - erano ragazzi di vent'anni, uno era pù' attratto dal profilo sessuale, l'altra sognava di avere incontrato il principe azzurro".

    (Ultimo aggiornamento 26-02-14 ore 22.00)


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    La data è la stessa. Le nuove norme per mettere in sicurezza le casse del Campidoglio ed evitare il default della Capitale, dopo il ritiro del decreto Salva-Roma, arriveranno al massimo domani. Nel giorno in cui era previsto il ‘via libera’ per concedere al sindaco Marino di spostare sulla gestione commissariale del debito una parte del deficit comunale(465 milioni), il governo nazionale promette un pacchetto che sostituirà il precedente dl. Una scelta ‘imposta’ dalle centinaia di emendamenti di M5s e Lega: una mossa per aggirare l’ostruzionismo, evitando di porre la prima fiducia su un atto firmato non Renzi, ma dell’ex premier Letta. Il ‘Vietnam parlamentare’sarebbe stato inevitabile, i tempi troppo stretti e il presidente del Consiglio preferisce chiudere così una partita iniziata a dicembre. Per evitare il default, palazzo Chigi lavora a un nuovo testo, che potrebbe presentare delle misure relative solo al 2013: resterebbero sul piatto i circa 300 milioni di euro per il bilancio dello scorso anno, non i 165 del previsionale 2014.

    Per quest’anno si deve cercare un nuovo veicolo legislativo. Esclusa anche l’ipotesi che il decreto venga presentato per la terza volta, seppur modificato: un’abnormità costituzionale, ammettono nel centrosinistra. Esulta il segretario del Carroccio Matteo Salvini, convinto che “gli italiani risparmiano 1 miliardo di euro. Chi sbaglia paga, politici romani a casa”. Il M5s, invece, rilancia con una “una proposta di legge già pronta”. Nel decreto Enti locali, però, non c’erano solo le norme sul Salva-Roma, ma anche le risorse dei danni degli alluvioni in Sardegna e l’Expo. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, assicura che le norme arriveranno entro poche ore, ma solo dopo un’attenta valutazione dei contenuti. Lo spettro del default e del commissariamento sembra più lontano, ma Marino non ci sta a passare per il sindaco “liquidatore” che svende le aziende pubbliche.

    Il primo cittadino dipinge un quadro a tinte fosche (“vendita Acea e Atac, cassa integrazione”) e poi alza la voce, minacciando di fatto le dimissioni. Al tavolo convocato d'urgenza a palazzo Chigi il chirurgo dem spiega secco: “Non ho davvero nessun interesse a mettere la mia faccia su un disastro annunciato”. Subito dopo un vertice al ministero dell'Economia e delle Finanze per studiare la bozza del nuovo provvedimento. Ma in serata, su facebook, Marino punta ancora una volta contro “l'ostruzionismo ideologico”, così come tutti i suoi colleghi di partito. Da destra però la lettura è diversa e suggerisce al sindaco di guardare proprio nel Pd per scovare i nemici: “Prenda atto della umiliante sconfessione politica da parte di Renzi, e si dimetta”, attaccano Sveva Belviso del Ncd e l'ex sindaco Gianni Alemanno. Stessa chiave di lettura di Marco Marsilio (FdI).

    Una stoccata arriva anche da Linda Lanzillotta, la senatrice di Scelta civica accusata di voler svendere le partecipate del Comune in cambio del Salva-Roma. “Se due consecutivi decreti emanati dal Governo Letta non sono stati approvati dal Parlamento - ha spiegato - forse c'era qualche problemino che non era la Lanzillotta”. Problemi che avranno invece i Municipi, con i minisindaci che potranno amministrare e spendere facendo riferimento alla voce uscite del bilancio 2013.  E, dopo la proroga ad aprile per chiudere il previsionale 2014, i tempi potrebbero slittare ancora fino a giugno. Marino aveva promesso, a partire da quest’anno, programmazione per rilanciare la città. Il déjà vu, invece, è lo stesso: il rischio default. E il salvataggio in extremis.


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    Sperava di riuscire nel’impresa, quella di dare a Roma un bilancio approvato per una volta non in extremis. Per farlo aveva bisogno di quel decreto poi ritirato dal governo Renzi, indisponibile a porre la questione di fiducia su un dl del precedente esecutivo Letta. Per questo il sindaco Ignazio Marino aveva provato a fare da solo, a iniziare a trattare con i suoi interlocutori. Prima gli amici, i renziani a palazzo Chigi, che però rispondono picche; poi gli avversari autori degli emendamenti che hanno ritardato e affossato il dl Enti locali. Inizia così la mediazione con il MoVimento 5 stelle, partendo dai grillini della Capitale. Il ruolo diplomatico affidato al capogruppo M5s in aula Giulio Cesare, Marcello De Vito, che avrebbe dovuto portare avanti la moral suasion verso i suoi colleghi portavoce a Montecitorio. Nulla da fare. Ieri, a metà mattina, arriva dalla Camera la telefonata che cambia la giornata dell’inquilino del Campidoglio. “Questi (i penta stellati, ndr) non ritirano proprio niente”, dice Marco Causi, il parlamentare Pd che conferma le paure della vigilia: nessun passo indietro delle opposizioni, inevitabile ritirare il provvedimento a 48 ore dalla sua scadenza, prevista per il 28 febbraio.

    È in quel momento che Marino capisce come lo spettro del commissariamento sia vicino. Sbatte la cornetta, urla ai collaboratori di cercare le sponde istituzionali nel ministro Dario Franceschini e nel deputato Paolo Gentiloni. Il renziano di ferro a cui il sindaco spiega le sue intenzioni: “Farò qualcosa di clamoroso”. Perché il primo cittadino sa che in queste condizioni si va verso il crac economico della città, il rischio per lui è quello di trasformarsi in commissario liquidatore: che deve svendere le municipalizzate, deve licenziare i dipendenti comunali. Poi il contatto con il sottosegretario Delrio, a cui rivela il pensiero che lo sfiora da un po’: “Se non ci sono le condizioni mi dimetto”. Il braccio destro del premier organizza subito un incontro a palazzo Chigi, ma non ci saranno né Renzi né il ministro Maria Elena Boschi. A paralare con Marino solo Legnini, sottosegretario all’editoria in odore di riconferma e dato verso la casella del bilancio. Quella che per lui avrebbe voluto il chirurgo dem nella sua giunta. Spera in lui per il pressing che acceleri la situazione.

    Cosa che non avverrà, perché un ennesimo decreto non sarà ripresentato: “una abnormità costituzionale”, dicono nel centrosinistra. Marino non ci sta e ribadisce la sua posizione: “Non metto la faccia su un disastro annunciato”. Si studiano i tempi per un disegno di legge e la prima bozza del provvedimento arriva al ministero dell’Economia. Ma senza certezza sul futuro economico di Roma, la minaccia è di iniziare a lavorare solo in esercizio provvisorio. Da subito, “lunedì” ipotizza il sindaco. Come se la città fosse già fallita. Mentre lui, nel giorno più lungo, medita di lasciare: perché l’attacco è, certo, contro Roma, ma anche contro Marino il marziano. Che una parte del Pd, chiedendo il taglio della discussione e facendo ritirare al governo il decreto, ha riportato sulla Capitale.


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    Le Olimpiadi di Sochi sono finite, la truppa azzurraè tornata a casa ed arriva il momento dei bilanci. Per le Federazioni certo ma soprattutto per il Coni, massimo organo sportivo. Il consuntivo non è certo di quelli che fanno sorridere: otto medaglie conquistate da cinque atleti nessuna delle quali d’oro (due argenti e sei bronzi) e nessun "romano" ha risposto all'appello. C’è da considerare, anche, gli otto quarti posti ma questo vuol comunque dire che per  le due settimane “russe” abbiamo visto gli altri salire sui gradini più altri del podio con il naso all’insù. Certo, si è fatto meglio della precedente edizione di Vancouver dove abbiamo conquistato cinque medaglie ma un paese come il nostro che vanta in queste discipline tradizioni anche gloriose non può certo sentirsi appagato. Ne abbiamo parlato con il presidente del Coni, Giovanni Malagò.

    Finite le Olimpiadi di Sochi rimane l’amarezza di un bilancio non proprio positivo per gli atleti azzurri? Cosa possiamo trarre di positivo da questa esperienza?
    “Voglio premettere che lo stato di salute di un Paese non si può misurare per il ranking del medagliere. Partivamo dai risultati di Vancouver, da 5 podi e un bilancio non certo positivo, che di fatto è stato migliorato, perché tutti i numeri vanno interpretati, letti in prospettiva, e in quest’ottica sono emersi elementi incoraggianti in vista del futuro considerando i 58 finalisti sui 110 azzurri (cioè uno su due) presenti in Russia -  miglior dato di sempre nella storia – e l’età media dei medagliati – 25.81, la più bassa di sempre nelle edizioni dei Giochi in cui abbiamo conquistato più di 5 podi -. Le 8 perle di Sochi sono state firmate da una squadra molto giovane, che lascia ben sperare anche in vista del 2018. Non nego che esiste il rammarico di non aver conquistato un oro ma lavoreremo in vista di Pyeongchang per arrivare a quota 10-13 medaglie con un congruo numero di vittorie”.

    Sochi 2014 chiude un ciclo e ne apre un altro. L’eredità che lei ha raccolto è molto contraddittoria. Sport invernali dalla grande storia ma dal confuso futuro. Quali le linee strategiche per ripartire? Quali sono le problematiche?
    “Non dobbiamo disperdere le certezze che abbiamo intravisto a Sochi, un patrimonio inestimabile che ha importanti margini di crescita. Dobbiamo puntare a lanciare i tanti talenti che si sono avvicinati a queste discipline recentemente, proprio grazie ai brillanti risultati ottenuti. Penso al biathlon, che ha vinto un bronzo con una squadra che era la più giovane in gara, e non sottovaluto gli 8 quarti posti collezionati, il 100% dei nostri podi totali, un numero che è in proporzione un record per l’edizione di Sochi.  Ci sono ovviamente dei lati oscuri e mi riferisco a bob, skeleton e pattinaggio di velocità, tutte discipline lontane dalle finali. E anche il fondo è in difficoltà, dovrà esserci un confronto con i tecnici per esaminare nel dettaglio il piano di interventi chiamato a invertire il trend”.

    Di fronte ai risultati quale è la responsabilità delle Federazioni? Chiederete cambi in vista del nuovo quadriennio?
    “Ringrazio le Federazioni per la collaborazione e l’impegno profusi in questa esperienza, dobbiamo lavorare al loro fianco per risolvere determinate problematiche. Molte difficoltà nascono sotto il profilo del reclutamento: ci sono specialità che con numeri davvero esigui fanno miracoli ma bisogna allargare la base e non solo, cercando di migliorare il rapporto con la scuola. La Fisi e la Fisg hanno le rispettive assemblee elettive in Primavera, subito dopo incontreremo i Presidenti per decidere cosa fare e come intervenire”.

    Il movimento romano ha problemi storici in queste discipline. Le uniche due romane in Russia non hanno lasciato il segno. Sono previsti investimenti per migliorare le condizioni degli impianti nel Lazio?
    Il problema dell’impiantistica riguarda l’intero Paese. Serve un piano d’azione concordato tra il mondo dello sport e gli enti locali, uno sforzo congiunto dopo un’analisi mirata delle necessità, che contempli le varie situazioni in modo analitico, finalizzando gli interventi nell’ottica dello sviluppo della pratica agonistica. C’è la volontà assoluta di valorizzare l’attività e le strutture esistenti per garantire linfa vitale al movimento. Lo sport deve crescere con logica e intelligenza, tutelare i punti di forza tenendo comunque conto della difficile congiuntura economica del Paese”. 


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    La prima di Manon Lescaut in programma stasera al Teatro dell'Opera è salva. Gian Augusto Bongiovanni della Slc-Cgil fa sapere che lo sciopero "è stato sospeso". Si va quindi in scena con la direzione del Maestro Riccardo Muti, "mentre rimane lo stato di agitazione per le restanti repliche in attesa di ulteriori sviluppi". Il rappresentante sindacale spiega: "Abbiamo scelto di sospendere lo sciopero per senso di responsabilità e per evitare di dare pretesti a ulteriori tagli al Teatro. Chiediamo la stessa responsabilità al sindaco Ignazio Marino per un incontro con lui, e al sovrintendente Carlo Fuortes di applicare l'articolo 41 del Ccnl convocando il tavolo con tutti i sindacati".

    I FONDI DELLA LEGGE BRAY - La battaglia di Cgil e sindacati autonomi è sull’adesione del Cda del teatro alla legge Bray che in cambio di fondi prevede riduzione del personale e cessazione dell’efficacia dei contratti integrativi aziendali in vigore. Anche se i cambiamenti, secondo quanto previsto dalla legge, dovranno avvenire in accordo con i sindacati maggiormente rappresentati all’interno dell’Opera. Il ricorso ai fondi straordinari si è reso necessario per l’eccessivo indebitamento della Fondazione stimabile in circa 40 milioni che diventano 24 al netto dei crediti. E per il 2013 il pre-consuntivo economico rileva una perdita stimata non inferiore ai 7,5 milioni di euro.

    LE RICHIESTE - Ieri i sindacati "ribelli" (Slc Cgil, Fials Cisal e Libersind-Confsal) si sono riuniti in assemblea, chiedendo a Marino "di avere senso di responsabilità" e al sovrintendente "di applicare il contratto sindacale". I sindacati, sempre nel corso della riunione di ieri, hanno smentito "categoricamente quanto dichiarato dal Sovrintendente circa l’esistenza di un tavolo di trattativa in cui sia stato consegnato e discusso un piano produttivo triennale o pluriennale e si denuncia la grave strumentalizzazione dell’azione di lotta in corso con deformazione della realtà e si ricorda al Sovrintendente che il futuro del Teatro non si costruisce sulle minacce e sul rifiuto al dialogo, né tantomeno fomentando lo scontro tra i lavoratori mantenendo relazioni sindacali privilegiate solo con alcune sigle permettendo comportamenti intimidatori verso colleghi e raccolte di firme pilotate a fine propagandistico". E ribadiscono al sindaco "che queste organizzazioni sindacali non hanno chiesto maggiori risorse ma un impegno politico e un serio confronto su un possibile progetto che permette di aumentare la produzione spendendo di meno senza gli annunciati drastici tagli agli organici".

    CISL-UIL - Intanto stamattina dalle 10,30 alle 12,30 nel piazzale davanti al Teatro dell'Opera ci sarà un concentramento di lavoratori Fistel Cisl e Uilcom, "per rendere visibile plasticamente che a indire lo sciopero è una minoranza. Inoltre - spiega il segretario della Uilcom Roma e Lazio Alessandro Cucchi - abbiamo già raccolto 300 firme tra i lavoratori per la protesta e altri ancora dovranno aderire. Noi come Fistel Cisl e Uilcom - continua Cucchi - rappresentiamo quasi il 70% dei lavoratori dell'azienda, rispettivamente 120 e 180 lavoratori, su 490 totali considerando anche il numero dei non iscritti, perciò lo ripeto, chi indice lo sciopero è una minoranza".


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    "Voglio governare responsabilmente Roma, io da domenica blocco la citta', quindi le persone dovranno attrezzarsi. Fortunati i politici che hanno le auto blu, che potranno continuare a girare, i romani non potranno girare fin quando la politica non si sveglia". Questo il commento del sindaco Marino, all'indomani del ritiro da parte del Governo del decreto "Salva-Roma" ai microfoni di Radio 24. "Io sono stato eletto - ha aggiunto - e non ci metto la faccia. Significa che il governo deve dire con chiarezza 'ti diamo gli strumenti', non chiedo soldi ma strumenti legislativi, per risanare e una volta per tutte Roma deve spendere solo ed esclusivamente i soldi che ha e non come ha fatto per 50 anni. Sono veramente arrabbiato, anche i romani sono arrabbiati e hanno ragione, dovrebbero inseguire la politica con i forconi, qui bisogna ancora pagare i terreni espropriati nel 1957 per costruire il Villaggio Olimpico, ma si puo' continuare a governare cosi' la Capitale? Non e' piu' il periodo delle chiacchiere, e' il periodo dei fatti".
    Alla domanda se sia intenzionato a dimettersi, ha risposto: "Se si tratta che il mese prossimo debbo non pagare gli stipendi, vendere l'Acea, fermare il trasporto...". "I soldi che sono in quello che la stampa chiama Salva-Roma, sono tasse dei romani che devono essere restituite ai romani e che stanno pagando, non ce li hanno ridati e il governo italiano ce li deve ridare, restituire a Roma cio' che e' di Roma, stiamo pagando il debito di soldi dissipati negli ultimi 50 anni".


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    Paura e tensione alla sede Atac di via Prenestina, dove un dipendente di una ditta di pulizie dell'Atac, in protesta contro la minaccia di tagli al personale, si è cosparso il corpo di alcol e ha minacciato di darsi fuoco. Con lui circa altri 20 dipendenti sono riuniti davanti alla sede dell'azienda per chiedere garanzie sul livello occupazionale. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco ed un'ambulanza di soccorso. La protesta dei dipendenti delle ditte appaltatrici per le pulizie di Atac va avanti da mesi. I lavoratori proprio ieri hanno rifiutato di firmare il nuovo contratto che prevederebbe un abbassamento del monte ore, e di conseguenza dello stipendio, del 34%.


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    La legge sulla violenza delle donne può aspettare. Ieri pomeriggio il consiglio regionale dopo aver iniziato la discussione sulla proposta di n.33 ha deciso di prendere ulteriore tempo, rinviando il dibattito a martedì prossimo. Ma il piano contro la violenza sulle donne non è a rischio. E la legge, che si pone l'obiettivo di creare anche "una rete regionale contro la violenza di genere", con uno stanziamento iniziale di un milione di euro per finanziare i centri antiviolenza, le case rifugio, introducendo anche nuove forme di intervento come le case di semi autonomia e i percorsi di reinserimento sociale e lavorativo, alla fine si farà. “Ci sarà da cambiare qualcosa – esprimono fiduciosi dalla maggioranza - qualche parola, ma siamo sicuri che l'impianto della legge sarà condiviso”.

    olimpia tarzia

    L'OPPOSIZIONE DELLA TARZIA - L'obiettivo del rinvio, infatti, è quello di evitare uno scontro a oltranza in aula, dove l'intervento di Olimpia TarzIa, depositaria di ben 140 emendamenti, finisce per dettare la linea fra le fila dell'opposizione di centrodestra. La protagonista nell'era Polverini della contestata proposta di riforma dei consultori, che non andò mai in porto grazie alle proteste di tutto l'associazionismo del settore, nel suo intervento definisce la legge “un imbroglio anticostituzionionale, perchè invece di tutelare le donne, finisce per discriminare gli uomini”. Secondo la Tarzia infatti la legge avrebbe un unico obiettivo: “quello di strumentalizzare ideologicamente il drammatico tema della violenza sulle donne, volendo raggiungere tutt'altro obiettivo: inserire il gender e quindi l’ideologia Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) nel cuore delle politiche regionali”.

    IL DRAMMA DI SALVATORE - Dopo le sue parole, uno a uno, tutti gli esponenti di centrodestra, da Storace a Sbardella, esprimono le stesse perplessità ad un'aula semideserta, dove a stonare è soprattutto l'assenza di gran parte dei consiglieri del Pd, promotore della legge. Il punto più basso della giornata si raggiunge, però, con l'intervento di Giuseppe Simeone consigliere di Forza Italia, che, per ostentare la sua contrarietà, racconta il dramma di Salvatore, uno suo concittadino di Formia. “Salvatore lavora come lavapiatti in un ristorante e molto spesso arriva a casa dopo la mezzanotte. La moglie è inflessibile sugli orari e non gli apre la porta se torna troppo tardi, così lui spesso è costretto a dormire sullo zerbino. Non è violenza anche questa?”. Il suo è uno degli ultimi interventi, dopodiché, Marco Vincenzi, capogruppo Pd, prende la parola e annuncia l'intenzione di rinviare il dibattito, “per capire se c'è la possibilità di superare le divisioni emerse”. Dalla maggioranza sono certi che il provvedimento alla fine sarà condiviso. Con buona pace di Salvatore, il lavapiatti di Formia che continuerà a dormire sullo zerbino. 


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    Là dove non sono riusciti gli ex Ds che siedono in Campidoglio con la casacca del Pd, arriva il presidente del Consiglio Renzi. Perché se da un lato è pur vero che il decreto Salva-Roma è stato ritirato per evitare di vederlo (de)cadere sotto i colpi degli emendamenti targati Cinquestelle e Lega nord; dall'altro, non bisogna dimenticare che il dl Enti locali, che conteneva le norme per mettere in sicurezza le casse della Capitale, è stato prima fermo 57 giorni su 60 al Senato e poi cancellato dalla discussione della Camera, a 48 ore dalla scadenza, proprio dall'esecutivo guidato da Matteo Renzi. Che è arrivato a palazzo Chigi passando per il Comune di Firenze e, proprio in qualità di amministratore, Marino sperava di poter trovare in lui la ciambella di salvataggio per governare la città con più serenità. Invece, non basta l'endorsment nella scorsa estate per il rottamatore che si era lanciato nelle primarie per la segreteria del Pd: il chirurgo diventato primo cittadino si trova adesso solo.

    La riscrittura del decreto arriva per due motivi: il primo è che mettere la fiducia in Parlamento su un testo del suo predecessore (Letta), poco si confà allo stile del neo premier; il secondo è che lo stralcio dal testo della svendita di Acea, criticato dalla senatrice Linda Lanzillotta (ex assessore e moglie di Bassanini, uno dei "padri" della riforma del Titolo V ora sotto i riflettori della Corte costituzionale), rischia di tornare d'attualità. E lo scenario potrebbe essere favorevole al ritorno della norma pro Caltagirone sulla dismissione delle quote comunali di Acea, la partecipata di Acqua ed energia di cui l'editore costruttore detiene il 16,5 %, potrebbe essere blindata nel decreto che sarà accompagnato, stavolta sì, dalla fiducia. Per siglare il patto con Sc, che nei piani di Renzi non dovrebbe così dare problemi al nuovo esecutivo.

    Prima i rapporti che si incrinano tra Marino e il governatore Zingaretti, poi il gelo con il suo grande sponsor Goffredo Bettini, infine lo strappo consumato con il suo partito. Non bastano le elezioni di Lionello Cosentino alla guida dei dem Roma e di Fabio Melilli a quella regionale. Niente da fare, Renzi non si fida di chi giura fedeltà a scoppio ritardato, i cosiddetti renziani della seconda ora, proprio come il sindaco Marino. Al timone di comando dei democratici del Lazio avrebbe preferito la sua fedelissima Lorenza Bonaccorsi, invece di un candidato sponsorizzato da Areadem del ministro Franceschini. Il premier per la Bonaccorsi aveva sperato anche in un incarico come vice dell'inquilino del Campidoglio, perché alle primarie per la scelta del candidato sindaco aveva puntato tutto su un altro nome del suo cerchio magico: il deputato Paolo Gentiloni.

    Ed è proprio con lui che il primo cittadino di Roma si era sfogato ieri, minacciando di fatto le dimissioni, quando non era riuscito a contattare né Franceschini né il presidente del Consiglio in persona. Per qualcuno nel Pd, un chiaro messaggio a Marino: adesso il verso cambia nella direzione decisa da Renzi. Che, nella tarda serata di ieri in un vertice con Lotti e il ministro Maria Elena Boschi, punta a passare come il “salvatore della patria”. Sì a un nuovo provvedimento entro domani e ok a far slittare a giugno la chiusura dei bilanci, ma il prezzo da pagare è più alto di quello che sembra. La richiesta, neanche troppo velata, oltre al capitolo su Acea, è quella di una giunta che viri verso il verbo del rottamatore. Proprio il rimpasto che chiedeva quella parte del Pd che guarda più a sinistra. E allora che fare? Magari concedere la poltrona di vicesindaco proprio alla Bonaccorsi, rompendo l'asse di ferro con Sel, e allo stesso tempo mandare a casa l'assessore alla Cultura Flavia Barca.

    Per lei, infatti, non ci sono solo le critiche degli addetti al settore, ma pesano come un macigno le parole di suo fratello Fabrizio: l'ex ministro del governo Monti che in una telefonata con un falso Nichi Vendola, orchestrata dalla trasmissione radiofonica la Zanzara, si è lasciato andare e ha puntato il dito contro Renzi, definito uomo che dell'ingegnere editore De Benedetti.Marino però ha capito l'antifona e parte all'attacco: “Blocco la città”, “I cittadini dovrebbero prendere i forconi”. Frasi che non sono piaciute al premier, che i suoi collaboratori definiscono “irritato”. Anche se, oltre all'esecutivo più giovane e rosa della storia repubblicana, detiene una altro record: aver fatto battere a Marino i pugni sul tavolo, spiegando di non voler essere un “liquidatore” e minacciando così le dimissioni. Gli ex Ds della Capitale da mesi provavano a metterlo all'angolo per cambiare verso. Bastava ritirare un decreto.  


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